Competitivi o competenti?

A costo di sembrare di gusti un tantino particolari, devo ammettere di avere una passione per la letture dei programmi ministeriali della scuola elementare. Li ho studiati praticamente tutti, dal 1861 a oggi, insieme alla storia della loro applicazione e alle vicende di chi li ha promulgati (un giorno vi racconterò la storia di Aristide Gabelli…).

Per assecondare questa perversa passione, è stato indispensabile imparare il linguaggio burocratico scolastico. Vi assicuro che è qualcosa di esilarante. Mi ricorda un vecchio film in cui Jerry Lewis dirigeva l’Ufficio Complicazione Affari Semplici, il cui slogan era “Non alzare il ponte, abbassa il fiume!”.

Nel linguaggio burocratico scolastico, l’idea di “abbassare il fiume” raggiunge veri e proprio vertici letterari. Per esempio, non troverete mai scritto: “imparare a leggere”, ma una serie minuziosissima di abilità, distinte con fervore bizantino e cesellate in burocratese con una precisione degna di un teologo medievale.

In alternativa, potete leggere grandi proclami ideali che finiscono per essere la fiera del luogo comune: obiettivo della scuola è formare il cittadino! (Ma dai? Credevo dovesse formare asociali disadattati!).

A volte, invece, trovate dei capolavori umoristici. Nelle linee guida alla programmazione di mio marito (N.B.: insegna al triennio del liceo) trovo scritto: l’alunno utilizza in modo adeguato e pertinente gli spazi scolastici. Ha imparato a non fare pipì sotto il banco! In quarta liceo!

(Per inciso, mio marito ha commentato seccato che il sarcasmo era fuori luogo: “i ragazzi ci stanno lavorando seriamente…”).

Tra assurdità, banalità e amenità, si rischia ovviamente che le cose davvero importanti rimangano sommerse e trascurate. Per fortuna, però, in una comunicazione via mail del MIUR, mi è saltata all’occhio, scritta piccina piccina, una notizia bomba: Dall’anno scolastico 2013-14 nella scuola primaria la programmazione avverrà per competenze.

!!!!

Adesso penserete che a furia di leggere questa roba, anche a me il cervello è andato in pappa.

E invece la notizia ha una portata epocale, per la scuola e, ancora di più, per chi fa educazione parentale, che questa direttiva potrà applicarla davvero e con grande vantaggio.

In pratica, fino ad oggi, nonostante i grandi proclami e i buoni propositi espressi nei documenti ufficiali, al centro del lavoro scolastico stavano i contenuti: chi ha scoperto l’Australia? Qual è la capitale dell’Uruguay? Come si calcola l’area del trapezio?

Insomma tutto il repertorio angosciante della scuola nozionistica modello quizzone, con verifiche a test e accurate graduatorie di voti.

Dal prossimo anno, a sentire la riforma, si svolta in modo deciso.

Non bisogna più conoscere a memoria le date di tutte le battaglie risorgimentali, ma sperimentare attivamente la ricerca storica, niente litanie sulle zone delle Alpi (vi ricordate? “Ma con gran pena le reca giù”…), ma lettura e costruzione diretta delle carte geografiche, niente schede sui personaggi de I promessi sposi, ma capacità di affrontare i testi più disparati, comprese le istruzioni della lavatrice.

Cosa implica in concreto questo cambiamento, per chi lo vorrà davvero applicare? Anzitutto che i contenuti (e, a maggior ragione, le singole nozioni) diventano strumenti e non fini dell’apprendimento. E quindi vanno scelti in base ai reali interessi dei bambini e della classe.

In secondo luogo, l’acquisizione delle competenze ha tempi e modalità fortemente individualizzati.

Metterle al centro del lavoro scolastico significa riconoscere (finalmente!) che pensare di insegnare le stesse cose negli stessi tempi e negli stessi modi a bambini diversi è assurdo quanto tentare di fare in modo che in una prima elementare tutti gli alunni siano alti uguali e dello stesso peso.

Il principio, tanto spesso proclamato, della personalizzazione dei curricoli scolastici trova nella programmazione per competenze il suo massimo alleato. Anche i materiali possono essere declinati a misura del singolo percorso: niente più insulsi libri di testo uguali per tutti, ma un portfolio personalizzato di testi narrativi, tecnici, poetici, storici, legati a ricerche e interessi vivi e concreti.

La programmazione per competenze è stata, fin dagli anni ’50, il sogno della scuola attiva italiana, che prendeva spunto, per i contenuti, dagli interessi dei bambini e poi lasciava che, all’interno di un vero e proprio progetto culturale, i piccoli imparassero a leggere, scrivere, disegnare, far di conto, ciascuno con i suoi tempi e le sue strategie. La verifica veniva fatta mediante l’osservazione e l’interazione con il bambino (e questo resta l’unico modo possibile per verificare l’acquisizione delle competenze, al di là di qualsiasi delirio della docimologia).

Riuscirà questa nuova direttiva a portare un po’ di attivismo nelle nostre scuole o finirà sommersa nel mare di carta delle inutili riformine e contro-riformine che investono la scuola in questi anni?

Di sicuro, per chi fa educazione parentale, è uno strumento in più per valorizzare e difendere il proprio lavoro. Andrà a finire che saremo noi, tra l’indignato e lo sbalordito, a dire al direttore didattico: “Ma come? Voi non programmate per competenze?!?”

P.S. L’Australia fu scoperta da Cook nel 1770, la capitale dell’Uruguay è Montevideo, l’area del trapezio è data dalla somma delle basi per l’altezza diviso 2. Non vorrei scatenare il panico la settimana prima degli esami…

Annunci