Mettersi in discussione?

Vi sarà certamente capitato di attraversare una zona sconosciuta e di sbagliare strada. A quel punto vi siete trovati davanti due possibilità: girare a caso pensando a perché vi siete distratti, a quanto siete maldestri, addirittura inadatti a viaggiare, oppure fermarsi, dare un’occhiata alla cartina, chiedere un’informazione e riprendere la strada giusta. Quale delle due scelte vi porterà più velocemente alla meta?

Quando si tratta di figli, in particolare di bambini “difficili” o con problemi, i genitori hanno la pessima abitudine di scegliere la prima opzione. Più i genitori sono intelligenti e sensibili, più si troveranno sollecitati a “mettersi in discussione”. Badate bene: non a mettere in discussione quello che fanno o che hanno fatto, ma proprio se stessi, come persone.

Bene, vorrei essere ben chiara: “mettersi in discussione” non solo è inutile, ma è dannoso. Come nell’esempio, vi fa solo perdere tempo, vi allontana di più dalla strada giusta e vi fa malissimo. La cosa utile da fare è fermarsi, guardare bene, cercando di farlo come se fosse la prima volta, notando cose che forse riteniamo normali solo perché ci siamo abituati alla loro presenza, e poi elaborare una strategia. Non è sempre facile farlo da soli. Ma quando vi rivolgete a un esperto, cercate di valutarlo sempre secondo lo stesso criterio: deve aiutarvi a mettere in discussione le cose (condizioni fisiche, abitudini, al limite stili di vita), mai le persone.

Sgombriamo il campo anche da un altro grande difetto dei genitori intelligenti: il senso di colpa. NON è colpa vostra. Anche se vi pare di aver sbagliato molto, addirittura tutto, resta che sono le cose a essere sbagliate, voi non lo siete. Sono sicura di toccare un vissuto di molti genitori di bambini problematici. Ebbene, sicuramente voi avete agito pensando di fare il meglio per il vostro bambino. Purtroppo i bambini non vengono al mondo col manualetto di istruzioni per l’uso (e ciascuno col suo, come ben sanno i genitori che hanno più di un figlio) e a noi tocca procedere a tentoni, cercando di non fare troppi danni. Per di più sapendo che le esperienze accumulate con eventuali altri figli possono servire solo fino a un certo punto. E in questo, purtroppo, gli “esperti” non aiutano affatto, abituati come sono a ragionare per quantità statistiche e non sui casi singoli. Anzi, spesso sono proprio loro a mancare al loro compito e a non notare con la dovuta precocità quei segni che l’esperienza dovrebbe subito far saltare all’occhio.

Tanto più che l’errore che avete fatto, alla fine, sarà probabilmente uno solo: aver dato per scontato qualcosa che non lo era. Può trattarsi di un sintomo fisico, di un’abitudine errata, di un atteggiamento particolare, di una pratica didattica. Il problema cresce sempre nel nostro punto cieco, laddove non posiamo più uno sguardo attento e consapevole, un po’ come quando siamo così abituati ad avere l’attaccapanni in disordine che, entrando in casa non lo vediamo più, finché arriva l’ospite che ci chiede dove appendere il cappotto e allora improvvisamente, lo notiamo con imbarazzo.

P.S. Per i bambini problematici: prima rivolgetevi sempre a un buon pediatra, magari a più di uno. Sapeste quanti casi di bambini introversi ai limiti dell’autismo sono stati trattati dagli psicologi per anni prima di scoprire che avevano semplicemente problemi di udito…

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