Errando si impara

Com’è evidente a chiunque, tranne a psicologi e pedagogisti, per i bambini imparare è naturale come respirare. E, cosa veramente seccante per psicologi e pedagogisti, non c’è alcuna relazione tra il loro apprendere e il fatto che un adulto insegni loro qualcosa. O meglio, se relazione c’è, è di mero disturbo.
Molto semplicemente, l’adulto si sforza di insegnare dei contenuti, quando i bambini si sforzano di apprendere delle strategie. È ovvio che il bambino fa la cosa più intelligente: il contenuto è rigido, univoco, una chiave che entra solo in una determinata serratura, la strategia, invece, è plastica, adattabile, polivalente.
Se osserviamo il bambino mentre impara, vediamo che quel che davvero lo coinvolge non è tanto trovare la soluzione giusta, bensì sperimentare molte strade, che forse ora risultano inutili o poco efficaci, ma che domani potranno essere utili nella soluzione di un nuovo problema. Quel che dobbiamo fare, allora, come educatori, è assecondare il nostro piccolo esploratore perché possa arricchire il più possibile il proprio bagaglio di strategie.
Lasciamolo allora errare, nella duplice accezione del termine, sbagliare e vagabondare su tante vie diverse. Ma perché possa sbagliare senza danno, dobbiamo costruirgli uno spazio e un tempo protetti, in cui non venga (troppo) disturbato dalla nostre aspettative e in cui possa davvero apprendere per prova ed errore, sperimentando sé e l’ambiente in molti modi diversi.
È importante, in questo senso, non esagerare col materiale strutturato, che induce a pensare nei termini di risposta giusta. Molto meglio, da questo punto di vista, dei materiali didattici che i bambini possono costruirsi da soli o con il nostro aiuto, oppure, semplicemente, dei materiali quotidiani, presenti in tutte le case. Una bilancia da cucina, un metro da sarto, un orologio rotto a cui si possono girare a piacere le lancette, il calendario possono fornire innumerevoli spunti.
Noi abbiamo lavorato per quasi due anni sulla lavatrice. È stata una grande passione dei miei figli che l’hanno usata per imparare, nell’ordine: raggruppamenti logici e insiemistica (dividere il bucato in lana, cotone, bianco, colorato: mi hanno imposto contenitori separati), la scala delle temperature in gradi Celsius (poi sono passati ai Fahrenheit), il concetto di algoritmo, la distinzione e la provenienza dei vari tessuti, i principi della meccanica (un idraulico gentile ci ha mostrato motore, cinghie, filtri…). Oltre al vantaggio di chiamare molto meno l’idraulico, è chiaro come l’oggetto quotidiano sia costitutivamente polivalente e multifunzionale. (E la mia futura nuora mi sarà grata per un marito che sa lavarsi le camicie…).
Quando dico che
abbiamo lavorato intendo che anch’io ho imparato insieme ai bambini moltissime cose che non sapevo. Più che insegnare, è utile imparare insieme a loro. Naturalmente il lavoro individuale ha grande valore, ma la possibilità di confrontarsi su ciò che si sta facendo diventa sempre più importante via via che il bambino cresce.
Laddove è possibile, è molto utile che il bambino abbia occasione di condividere la propria ricerca con altri bambini. Non sto parlando necessariamente di una classe: un fratellino, un cuginetto, un amico, sono l’ideale. In un contesto non valutativo e non competitivo, i bambini si aiutano reciprocamente nel trovare la soluzione al problema che li interessa. In casa nostra utilizziamo anche il
mutuo insegnamento: il più grande, appassionato di matematica, ha l’incarico di insegnare le tabelline alla sorellina, che ricambia aiutandolo nella lettura e nel disegno. La funzione di “maestro” aiuta molto l’autostima e affina ulteriormente le strategie. Il piccolo insegnante deve sforzarsi di comprendere le difficoltà dell’altro, ripercorrere la strada che l’ha portato a padroneggiare ciò che sa, modificarla quanto basta per adattarla alle esigenze del suo “allievo”. In questo modo, le strategie diventano un possesso più consapevole, guadagnando in fertilità e in solidità. L’”allievo”, da parte sua, sente di avere di fianco un compagno di ricerca, spesso molto più paziente (e meno saccente…) degli adulti. E noi abbiamo modo di mostrare ai nostri figli, in modo inequivocabile, che il sapere è una ricchezza da condividere e non uno strumento di supremazia sull’altro.

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