In passeggiata

C’è bel tempo? Andiamo a far scuola fuori.
Una passeggiata in una zona verde è un’ottima occasione per raccogliere, insieme a fiori o castagne, un’infinità di spunti per la nostra curiosità.
Vedremo, anzitutto, piante e animali. Sforziamoci di eliminare dal nostro vocabolario i termini generici come “erba”, “alberi”, “uccelli”. Così come non chiamiamo i nostri amici col generico termine di “uomini”, ma li identifichiamo mediante il loro nome, cerchiamo di distinguere una betulla da un castagno, un’ortica da una viola, un fringuello da un merlo. L’
accuratezza, che non deve mai scivolare nella pedanteria o nel nozionismo, è già di per sé uno strumento educativo, non per le informazioni che trasmette, ma per lo sguardo che propone. Facciamoci aiutare da un libro o da un amico esperto e un mondo che prima ci appariva uniforme diventerà complesso e variegato.
Osserviamo con attenzione, sfioriamo foglie e cortecce, annusiamo i fiori, ascoltiamo i canti. Forse alcune piante possiamo persino mangiarle. La passeggiata diventa una complessa e articolata
esperienza sensoriale e questa è la fonte primaria della conoscenza e della ricerca. Qualche volta potremo portare con noi quaderno e colori, per ritrarre dal vero i nostri nuovi amici.
Sul greto di un torrente o su una spiaggia ci imbatteremo in rocce e sassi: chi li ha fatti? Perché sono di tanti colori e forme diverse? Se abbiamo la possibilità di salire su un’altura, dove lo sguardo può spaziare, ci incuriosiranno gli elementi del paesaggio, come le montagne, la pianura, il mare, i laghi: quando e come sono nati? La geografia è prima di tutto
esperienza diretta del territorio in cui si vive. Nessuna definizione di fiume vale dieci minuti con i piedi a mollo nella fresca corrente di un corso d’acqua. Non si può capire che cos’è una montagna se non si è sperimentata la fatica di salirci. Forse questo intendono le cartine geografiche quando parlano di Italia “fisica”?
Anche qui evitiamo il furore classificatorio e nozionistico. Ciò che davvero conta non è dare risposte, ma
porre domande, sapersi stupire, sviluppare l’attenzione. Quando i bambini ci fanno domande come queste, spesso hanno già formulato una loro ipotesi. Ascoltiamola e cerchiamo di cogliere che cosa davvero li interessa. Se proprio vogliamo rispondere, sforziamoci di farlo sullo stesso piano, che spesso è filosofico, quasi religioso. Come negli antichi filosofi, anche nei bambini scienza, filosofia, poesia e spiritualità convivono felicemente in una pienezza che per noi adulti è forse dimenticata. Facciamo il possibile per entrare nel loro linguaggio e nella loro sensibilità, cerchiamo un’immagine, che sia scientificamente corretta e, allo stesso tempo, poetica e narrativa.
Potremo cercare ispirazione negli antichi miti e nelle leggende popolari, che ben riflettono una sensibilità che ancora non scinde la conoscenza scientifica del mondo né dalla filosofia né dall’esperienza sensoriale. Oppure sceglieremo poesie e racconti che abbiano precisione scientifica e potenza evocativa. In questo modo gli elementi naturali acquisteranno voce e la letteratura diventerà una “lettera viva”, un modo per
partecipare al mondo con maggiore intensità.
E ricordiamoci, soprattutto, che non è necessario trovare risposte definitive a tutte le domande. Quel che conta è l’
attitudine alla ricerca; sarà proprio quella che i bambini cercheranno di imitare. Come nella nostra passeggiata, quel che conta non sarà la meta, ma il percorso.

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