Orfani del nono anno

Una nonna mi racconta preoccupata un episodio che ha visto protagonista la nipotina di circa otto anni e mezzo. I genitori gliel’hanno lasciata, come di consueto, perché dormisse da lei, cosa che ha sempre fatto volentieri. All’improvviso, appena partiti i genitori, la bambina scoppia in una crisi di pianto disperato. Singhiozzando spiega alla nonna che lei vorrebbe proprio restare a dormire, proprio tanto, ma non ci riesce; è terrorizzata al pensiero che ai suoi genitori capiti qualcosa, che la mamma e il papà possano morire. Singhiozza disperata e cerca di calmarsi, ma non ci riesce. La nonna chiama i genitori perché vengano a prenderla: è l’unico modo in cui la piccola riesce a tranquillizzarsi. Naturalmente è un episodio che turba molto sia il bambino che gli adulti che lo circondano, ma è tutt’altro che infrequente. Intorno ai nove anni, con tutto il margine che ogni indicazione d’età richiede, i bambini vivono un’importante fase di passaggio, nel corso della quale abbandonano il tempo dorato e sempre uguale dell’infanzia per entrare nel tempo lineare della storia.

Succede che, tra gli otto e i dieci anni, giungono a maturazione alcuni processi di crescita fisica e il bambino comincia a sperimentare in certi momenti il rapporto tra frequenza cardiaca e frequenza del respiro che sarà tipico dell’età adulta. Questa enorme cambiamento fisico determina un’importantissima svolta a livello psicologico. Per la prima volta il bambino si rende conto della morte, della caducità dell’esistenza. Questo naturalmente lo sgomenta, e genera in lui delle manifestazioni di paura e di angoscia.  Alunni gentili e attenti diventano improvvisamente sgarbati e svogliati. Bambini già grandi possono chiedere di tornare a dormire nel letto dei genitori, o di dormire con la luce accesa. Persino le forze creative diminuiscono e i bambini disegnano meno volentieri.

Allo stesso tempo, però, in modo molto nebuloso, ma potente, il bimbo sente che quella dimensione di finitudine è essenziale alla sua crescita. In un certo senso percepisce la morte al di fuori di sé perché la sta sperimentando in sé: sta morendo in lui il bambino piccolo, per far nascere il ragazzo. In questa dialettica tra nostalgia di un passato dorato e caldo che non può più tornare e fascino per l’immenso e pericoloso oceano di possibilità che vede davanti a sé, sta tutta la crisi del nono anno, come la chiama la pedagogia steineriana.

Naturalmente, prima di  tutto è indispensabile un’accurata visita medica, che escluda qualsiasi problema di salute. Spesso le crisi di angoscia e i cambiamenti nel comportamento nascondono problemi fisici che non si sono ancora manifestati altrimenti. È bene anche capire, con tatto e delicatezza, se queste ansie derivano da episodi avvenuti a scuola, magari da prepotenze subite. Se non si riscontra nulla di tutto ciò, allora possiamo ragionevolmente pensare che per il nostro bambino sia arrivato il momento di attraversare quello che Rudolf Steiner chiamava “il Rubicone del nono anno”.

Come possiamo aiutare i nostri bambini in questo delicato passaggio? Naturalmente con tanta pazienza davanti alle manifestazioni più eclatanti, con un ascolto più attento di ciò che ci chiedono, dei pensieri e delle paure che li attraversano, con uno stile di vita sano (un’alimentazione di qualità e tanto movimento all’aria aperta).

Ma anche con qualcosa di più specifico, come delle letture adatte. Nella pedagogia steineriana, per esempio, viene suggerita la lettura della fiaba Il Rugginoso, dei fratelli Grimm, un racconto di trasformazione molto potente.

Personalmente trovo adattissima anche tutta la classica letteratura infantile di fine Ottocento. Mi sono sempre chiesta, leggendola, come mai tutti i protagonisti fossero, in un modo o nell’altro, degli orfani. Provate a pensarci: Heidi, Tom Sawyer, Huckelberry Finn, Mary Lennox de Il giardino segreto, Oliver Twist, giù giù fino agli emuli moderni, come Candy Candy, tutti soli al mondo. Praticamente un’ecatombe. E quando non sono orfani è come se lo fossero, perché se la devono cavare da soli, come David Copperfield o i protagonisti di Pattini d’argento o Il piccolo Lord. Indubbiamente la cosa ha dei motivi storici. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento gli orfani erano una realtà drammaticamente numerosa. Ma questo non spiega il successo che queste storie hanno avuto e continuano ad avere in epoche molto diverse, presso lettori che non sono certo esponenti dell’infanzia abbandonata.

In tutte queste storie l’orfano non ha una casa né qualcuno che si occupi di lui ed è costretto ad affrontare il mondo con le sue forze. L’orfano vive avventure terribili e straordinarie, che non possono capitare al bambino in seno alla famiglia. Il lettore sperimenta la solitudine del protagonista, ma anche la forza che lo anima e che fa sì che riesca a cavarsela da solo. Da qui trae la convinzione che anche lui può farcela, che l’abbandonare il nido, la sicurezza dell’infanzia, vuol dire solcare i sentieri dell’avventura, pericolosa, ma libera e affascinante. Vi faccio notare che i protagonisti di questi libri non partono mai volontariamente per le loro avventure: sono sempre costretti dalla loro condizione di orfani o quasi-orfani, nella quale si trovano gettati. Allo stesso modo il bambino si sente costretto ad abbandonare il mondo dell’infanzia, al quale guarda con struggente nostalgia, per affrontare in modo più attivo e attento la realtà che lo circonda. Il passaggio del nono anno ha il sapore della cacciata dal Paradiso Terrestre, una lettura che i piani di studio delle scuole Waldorf propongono proprio a questa età.

Allora, se ci sembra che il nostro bambino sia sulla soglia del suo Rubicone, proviamo a leggergli la sera uno di questi classici per l’infanzia, scegliendo quello più adatto a lui. Il rito della lettura prima di addormentarsi lo rassicurerà sulla presenza di un porto sicuro, sul fatto che la sua infanzia continuerà a vivere in lui per tutta la vita, ma le vicende che gli racconteremo lo spingeranno verso il mondo, come se gli trasmettessimo, attraverso quelle, la fiducia che abbiamo verso di lui e verso la bontà del percorso di crescita che sta affrontando.

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