Chi porta i regali di Natale?

La crisi del nono anno, di cui abbiamo già parlato altrove, può manifestarsi anche come curiosità dubbiosa nei confronti della spinosa questione dei regali di Natale. Arriva il momento in cui il piccolo indagatore, comincia a fare domande imbarazzanti: ma chi porta i regali di Natale (sottinteso: davvero)? Come fa a entrare in casa se la porta è chiusa? Dove va a prendere i regali? Insomma tutta una serie di domande che possono mettere in seria difficoltà il povero interlocutore adulto, preso tra il desiderio di lasciare al bambino ancora qualche tempo di ingenuità infantile e la tentazione di cedere, sfinito, all’interrogatorio, ammettendo tutto, ma proprio tutto, nei minimi dettagli.

Alla svolta del nono anno, la questione si fa ancora più delicata e richiede, forse più del solito, lo sforzo di capire che cosa il bambino ci sta davvero chiedendo. Mentre si appresta ad uscire dal mondo dell’infanzia, interrogandosi sulla finitudine della propria e della altrui esistenza, la domanda sulle presenze misteriose che popolano le notti invernali, si fa più pressante e profonda.

Un primo livello di interpretazione, piuttosto rozzo, a dire il vero, ci fa dire che il bambino abbandona (“finalmente!”) il mondo delle fiabe e della fantasia per entrare in quello della “dura” realtà. (Per chi dà questa interpretazione, la realtà è sempre “dura”, il bambino si balocca inutilmente e non cresce mai abbastanza in fretta).

Un secondo livello di interpretazione, già più interessante e raffinato, ci fa notare che il bambino sta abbandonando la totale immersione nel mondo che lo circonda, la percezione magica in cui tout se tient, ogni cosa ha legami profondi con le altre e con il cosmo. Lentamente il bambino sta uscendo dal mondo per guardarlo di fronte a sé, come altro da sé, nel distacco che determina la nascita del soggetto nella sua specifica e irriducibile individualità.

Aggiungerei, però, che nell’insistenza del bambino su questo tema, agisce anche l’oscura, ma netta, percezione che l’intera faccenda ha a che fare con il problema che lo assilla, ovvero la questione della morte e del suo misterioso ma inscindibile rapporto con la vita.

Nella sua acuta sensibilità il bambino ha perfettamente ragione. Allora la domanda che dobbiamo porci come genitori e formatori è: perché facciamo i regali a Natale?

I regali di Natale (e naturalmente anche quelli di Santa Lucia, della Befana, di san Nicola…) non sono affatto l’uso puerile o, peggio, consumistico a cui sono stati ridotti, ma affondano le loro radici in riti che accompagnano la storia dell’uomo sin dalle sue origini.

Per cercare una risposta ci rivolgeremo, più che alla storia della religione, all’antropologia e all’etnologia. La maggior parte delle culture percepisce un mondo visibile dietro e sotto il quale scorre un mondo invisibile, di forze primigenie, fondamentalmente le forze della crescita e della morte. Ogni cultura ha dato forma visibile a questa dimensione inafferrabile attraverso personaggi, miti, leggende, che mostrassero con la forza del simbolo quanto gli occhi non potevano vedere. In alcuni luoghi e in alcuni tempi, i due mondi venivano in contatto, affinché le forze del mondo invisibile fecondassero quello visibile, rendendo possibile la vita. Il profondo legame tra le energie della crescita e quelle della morte è tutt’altro che un’astrazione filosofica o un’oscura idea metafisica. È un’esperienza terribilmente concreta e materiale, come sapevano i giardinieri vittoriani, che seppellivano i cavalli morti sotto le aiuole di rose, perché solo dalla putrefactio poteva nascere, più splendida ed aggraziata, la vita.

I luoghi in cui si riteneva avvenisse il passaggio tra i due mondi, venivano in qualche modo presidiati, diventavano cioé sacri, in quanto venivano percepiti come carichi di una potenza che poteva rivelarsi anche distruttiva. I santuari venivano eretti laddove si percepiva un varco, magari a seguito di una misteriosa apparizione. Un caso emblematico è quello di Bernadette Soubirous, la pastorella di Lourdes, che non dichiarò affatto di aver visto la Madonna, ma Quello, ovvero  qualcosa di totalmente altro, l’altro mondo appunto.

Non esistono solo luoghi in cui il mondo altro fa irruzione, ma anche tempi, giorni precisi del calendario, che da millenni sono presidiati da divinità o da santi condiderati particolarmente potenti, esattamente come i luoghi sacri, affinché l’apertura delle porte che consente il passaggio delle energie al mondo visibile, non determini un ritorno al caos primordiale.

È facile indovinare che il periodo natalizio, in particolare il mese che va dal 6 dicembre (san Nicola) al 6 gennaio (l’Epifania) era considerato già nell’antichità, soprattutto nel mondo mediterraneo, una delle porte principali tra i due mondi. Il momento perisolstiziale, in cui il sole si abbassa fino a descrivere il suo arco più basso sull’orizzonte e poi impercettibilmente ricomincia ad alzarsi, costituisce uno snodo delicatissimo dell’anno e molti di noi lo percepiscono fisicamente, sperimentando una maggior predisposizione ad ammalarsi o una lieve forma depressiva. Per gli antichi, il sole scendeva nel mondo dei morti, poi risaliva nuovo e forte, come rinato (il Dies natalis solis invictis, il 25 dicembre, era proprio il giorno della nascita del sole nuovo).

Una porta forse ancora più celebre, che oggi sta conoscendo una nuova e discussa popolarità, è quella della tradizione celtica, che festeggiava il capodanno il 31 ottobre. Sì, proprio la notte di Halloween, in cui gli spiriti vagano sulla terra (è questo il senso della mascherata e degli scherzi, più o meno innocenti), a cui seguono, nel calendario cattolico, la festività di Ognissanti e la Memoria dei Defunti. Che sia una porta particolarmente importante lo dimostra il fatto che la liturgia cristiana ha posto a presidiarla non un santo potente, ma l’intera schiera. È interessante notare che in molte zone del Mediterraneo, la giornata dei doni era proprio il 2 novembre. Quest’uso, che oggi noi sentiamo forse come un po’ lugubre, è in realtà antichissimo e ci riporta alla nostra domanda di partenza: perché i doni a Natale?

I doni di Natale (e degli altri periodi che abbiamo indicato) sono una simbolizzazione, un modo di rendere visibili i “doni” che il mondo invisibile fa al mondo visibile proprio in quei periodi dell’anno. I doni rappresentano le forze di crescita e, nello stesso tempo, le forze di morte, che permettono la vita.

Resta la questione se tutto ciò possa in qualche modo essere portato ai bambini. Ogni genitore, a seconda delle sue personali convinzioni, del suo temperamento e di quello del suo bimbo, può trovare, se vuole, il modo di rendere meno banale la domanda: “Chi porta i doni?”. Cerchiamo di cogliere la domanda profonda che i bambini ci stanno ponendo:  il problema non è se a portare i doni sia la mamma o Babbo Natale, ma da dove e perché provengono questi doni e in definitiva che cosa sono e che cosa rappresentano. Eviteremo, ovviamente, ragionamenti verbali ed astratti, e cercheremo  di rendere praticamente visibile l’invisibile, tentando di mostrare ai bambini che esistono nascoste forze vitali, magari semplicemente facendogli osservare il nostro respiro che, abitualmente invisibile, si manifesta ai nostri occhi quando alitiamo sullo specchio o come nuvoletta che ci esce dalla bocca nelle giornate più fredde. Tenendo sempre presente che di solito i bambini sono molto più ferrati e disinvolti di noi quando ci spingiamo in questioni di spessore filosofico.

Ecco, magari non citerei loro il celebre vivaista inglese Hillier, che apostrofava il suo capo giardiniere dicendogli: “Quando morirai, che magnifico concime sarai per le rose!”. E tutti e due lo consideravano uno straordinario complimento.

Annunci