Lavoro o lavoretto?

Quando si parla di lavoro manuale con i bambini, il pensiero va subito ai cosiddetti “lavoretti”, ovvero a quelle attività, tipiche per lo più della scuola dell’infanzia, in cui i materiali più improbabili vengono utilizzati per costruire oggetti ancora più improbabili, che finiscono a prendere polvere su uno scaffale finché, con molto senso di colpa, ci si decide a buttarli in pattumiera. Aggiungiamoci che di solito il lavoretto non è molto amato dai bambini, perché si tratta di lavori spesso troppo difficili e di scarsa gratificazione, e che costituisce una vera nevrosi per le insegnanti, che si trovano a rifinire il regalino per la festa della mamma all’ultimo momento e per tutta la classe.

Eppure il lavoro manuale ha una valenza formativa straordinaria, che ha impiegato molto tempo per essere riconosciuta e che, dopo essere stata valorizzata negli anni settanta, oggi torna ad essere molto trascurata. Il pregiudizio che ci fa ritenere più importanti i saperi astratti e linguistico-matematici viene da molto lontano. Per tutta l’antichità e per gran parte del Medioevo, il lavoro manuale era il lavoro degli schiavi e delle classi inferiori. L’emancipazione e l’ascesa sociale erano segnate proprio dall’esenzione dai lavori manuali, agricoli e artigianali. Noi siamo ancora del tutto partecipi di questo antico pregiudizio: le nostre scuole insegnano soprattutto grammatica, matematica, letteratura. Le scuole più “evolute” introducono la musica e la pittura, nelle quali la manualità viene tollerata perché applicata ad un campo ritenuto oggi superfluo. Le attività artigianali sono del tutto assenti e vengono relegate alle scuole professionali, che costituiscono il gradino più basso della nostra offerta formativa. Le scuole professionali, oggi in Italia, sono ritenute il refugium peccatorum, in cui convogliare gli alunni più problematici fino ai sedici anni stabiliti dalla legge, sotto la guida di insegnanti che hanno accettato quell’incarico per disperazione e non vedono l’ora di fuggire da quella anticamera del riformatorio.

E invece il lavoro manuale, quello vero, non quello dei lavoretti decorativi, è fondamentale nella formazione anche di coloro che proseguiranno gli studi. Nel lavoro manuale il bambino (e poi il ragazzo) sperimenta uno straordinario percorso di autoformazione, in cui si deve confrontare con la materia, le sue caratteristiche, il suo essere “ribelle all’intenzion dell’arte”. La volontà del bambino non si  scontra qui con la volontà dell’adulto, con un mondo di parole, in cui si esprimono le regole e i divieti. Qui regole e divieti sono dati dalla muta ostinazione del materiale, che non si conforma all’intenzione del piccolo artigiano. L’educatore non ha bisogno di aggiungere nulla. Come scrive bene Pietro Pasquali, che fu il teorico del metodo delle sorelle Agazzi:

nel lavoro manuale il fanciullo diventa collaboratore del suo sapere, allievo della sua sapienza, allievo delle sue mani, maestro di sé medesimo, artefice della sua cultura. I giudizi, sotto le mani del lavoratore, si collegano, si raggruppano, si mettono a posto per necessità naturale. Sono i casi dell’esperienza prodotti dai materiali e dagli strumenti che fanno ragionare: sono le esigenze delle proprietà fisiche e delle condizioni del lavoro che suggeriscono i ragionamenti e insegnano la logica.

Vediamo quanto questa idea sia fertile nella geniale intuizione di Maria Montessori, che rende manuale il lavoro intellettuale, attraverso l’uso dei materiali didattici, permettendo così il processo fondamentale dell’autocorrezione. Purtroppo, però, la codificazione rigida prescritta per i materiali da lei ideati disinnesca in parte la potenza formativa dell’utilizzo delle mani, forse per controllare meglio il processo formativo ed evitare deviazioni da quello che riteneva dovesse essere il percorso da seguire.

Il lavoro manuale artigianale infatti è imprevedibile: possiamo trovarci ad affrontare questioni matematiche, fisiche, chimiche anche molto complesse e non è facile prevedere dove il percorso finirà per portarci. Gli artigiani hanno sempre conoscenze complesse e profonde sui materiali e i loro utilizzi e la loro formazione non si esaurisce a scuola, ma continua insieme alla loro attività. Pensate solo al falegname, che conosce il momento giusto per tagliare l’albero da cui trarre il legno che gli serve: questo implica conoscenze astronomiche, capacità di osservazione, affinamento dei sensi. Non a caso è la professione che Rousseau sceglierà per il suo Emilio.

Per essere davvero educativo, il lavoro manuale deve produrre cose vere. Abbiamo già visto quanto sia importante per i bambini partecipare ai processi veri dell’esistenza, come cucinare o coltivare un orto. Sforziamoci allora di trovare dei lavori veri per i nostri bambini. Pamela Tessari, una brillante e fantasiosa mamma homeschooler, ha avuto un’ottima idea per introdurre i concetti relativi alla compravendita, ovvero spesa, ricavo e guadagno: ha commissionato a suo figlio la produzione del pane per tutta la famiglia. Il piccolo fornaio acquista dalla mamma le materie prime, poi rivende a peso il prodotto finito. Nella preparazione del pane il bimbo deve confrontarsi con pesi, misure, temperature. Deve poi stabilire il prezzo finale del pane, tenendo conto del costo delle materie prime, redigendo di fatto un primo semplicissimo bilancio e affrontando così le suddivisioni dell’euro e le operazioni con i decimali. Le equivalenze diventano indispensabili per calcolare il prezzo del pane in base al peso. E poi la soddisfazione del piccolo fornaio nel vedere che tutta la famiglia mangia il suo pane lo rinforza nella propria autostima come poche altre esperienze potrebbero fare: cosa c’è di più importante del nutrire i propri cari?

Possiamo trovare un altro spunto in questa direzione nel libro di Louise Alcott, Piccoli uomini. Ad ognuno dei piccoli alunni del convitto viene data una piccola porzione di orto, da coltivare a piacimento. I prodotti vengono acquistati dalla stessa Jo per la casa comune, in modo che i ragazzi possano avere a propria disposizione del denaro da gestire in libertà. A seconda delle inclinazioni e del temperamento gli orti vengono coltivati con patate, fiori, erbe medicinali, che vengono utilizzati per nutrire, allietare, curare i piccoli alunni, che sentono in questo modo di condividere il peso della gestione quotidiana della loro casa. Vediamo bene come il lavoro manuale abbia subito un’importante dimensione relazionale, che cala il bambino nel mondo e in mezzo agli altri, in modo particolarmente attivo e partecipe.

Quando strutturiamo un percorso didattico, ricordiamoci allora di dare spazio alle mani, che sono ciò che distingue il nostro essere nel mondo da quello degli altri animali. Come scriveva Giordano Bruno:

dove sarebbono le instituzioni de dottrine, le invenzioni de discipline, le congregazioni de cittadini, le strutture de gli edifici ed altre cose assai che significano la grandezza ed eccellenza umana? Tutto questo, se oculatamente guardi, si riferisce non tanto principalmente  al dettato de l’ingegno, quanto a quello della mano, organo degli organi.

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