Emilio o dell’educazione – Luci e ombre dell’educare

Tutto è bene quando esce dalle mani del Creatore, tutto degenera nelle mani dell’uomo

Con questo folgorante inizio, Rousseau apre la sua straordinaria opera, che segna l’inizio della pedagogia moderna. L’Emilio viene scritto con l’intenzione di delineare un’educazione nuova per un mondo nuovo: con geniale lungimiranza, Rousseau vede profilarsi all’orizzonte straordinari e inauditi cambiamenti, che spazzeranno via riferimenti e istituzioni secolari. L’Emilio esce nel 1762, 37 anni prima della Rivoluzione Francese, e alcune pagine sembrano davvero profetiche.

Il suo essere un testo per un’epoca di grandi cambiamenti rende l’Emilio una lettura straordinariamente attuale. Modernissimo anche il problema da cui muove, magistralmente riassunto nell’incipit: è possibile un’educazione che non rovini l’uomo? Nella frase di Rousseau sta tutta l’antipedagogia del Novecento, che vede in ogni educazione un motivo di repressione. Da Alice Miller a Benjamin Spock, fino ai più recenti Jan Hunt e Alfie Kohn, questo approccio costituisce una semplice nota a piè pagina dell’incipit dell’Emilio.

Ma Rousseau non è un ingenuo e per lui questa considerazione è solo l’inizio. Sa bene, infatti, che si educa sempre, anche quando si crede di astenersi dal farlo, in nome del culto della spontaneità. Chi non interviene e “lascia fare”, confidando nella assoluta bontà della natura, in realtà fa una precisa scelta educativa e attua una precisa pratica, solo che lo fa in modo inconsapevole.

Emilio non viene affatto abbandonato a se stesso, perché Rousseau sa bene che la “Natura” è un’idea e non un dato storico. Per permettere al suo allievo di crescere in libertà, il precettore deve invece intervenire sul contesto. Si tratta di un’idea geniale, già presente nell’antichità, dato che Atene era un vero e proprio universo educante, in cui non si davano istituzioni scolastiche, ma il cittadino si formava per le strade, grazie ai monumenti, ai personaggi che le popolavano, alle attività culturali, prima fra tutte il teatro.

L’intervento sull’ambiente educativo fa sì che il bambino si confronti non con la volontà dell’adulto, ma con la concretezza del mondo e delle sue leggi, rendendo in questo modo superflui castighi e spiegazioni. Un’idea straordinaria, che si traduce ancora oggi nella pratica montessoriana, in cui l’ambiente è curato nei minimi dettagli per consentire al bambino di muoversi liberamente in esso. Il contesto costituisce lo strumento educativo fondamentale, con i suoi spazi, i suoi tempi, le sue regole. 

In questo modello, che costituisce il fondamento di tutte le pedagogie attive e che resta ancora oggi straordinariamente efficace e auspicabile, si annida però il fantasma del controllo totale sulla realtà che circonda il formando. Rousseau lo mette in scena benissimo: anche gli incontri fatti per la strada sono calcolati, nel mondo di Emilio nulla è casuale, tutto è sotto il controllo assoluto del precettore.

Ecco allora due ombre da non sottovalutare: anzitutto questo approccio richiede la costruzione di un mondo, il più possibile perfetto, fuori dal mondo reale, costitutivamente imperfetto. La strutturazione di uno spazio protetto per la formazione è indispensabile per permettere al bambino di sperimentare senza rischi, ma qui si allude a qualcosa di più, si tratta di delineare un vero e proprio spazio utopico, in cui il mondo sia come dovrebbe essere. Il sogno di ogni totalitarismo.

In secondo luogo, l’idea  dello spazio minuziosamente progettato dall’educatore presuppone che questi sappia esattamente cosa sia meglio per il bambino. Come mostra bene il metodo Montessori, si sceglie la strada migliore, e si propone quella. Il percorso è univoco, il materiale predeterminato, in quanto scientificamente selezionato per essere il migliore. Il caso, la deviazione, l’errore sono incidenti di percorso, che possono essere tollerati, ma che muovono inevitabilmente verso la strada “giusta”.

Scrive Gibran, in una lirica citatissima, ma forse non sempre compresa:

Voi siete gli archi dai quali i vostri figli, viventi frecce, sono scoccati innanzi

Ovvero, i nostri figli vivranno in un mondo che noi non siamo neppure in grado di immaginare. Quale sarà la strada “giusta” tra trent’anni, quando saranno adulti? Il geniale biologo S. J. Gould, riteneva che l’evoluzione fosse avvenuta attraverso l’affermarsi casuale di tratti genetici secondari, rimasti inutilizzati per milioni di anni, poi, all’improvviso, rivelatisi di vitale importanza. Ciò che possiamo fare è, come sostiene il pedagogista anglosassone Ken Robinson, preservare la plurivocità, coltivare la creatività, nel senso più lato del termine, come capacità di porsi in modo elastico e aperto davanti alla realtà e ai suoi cambiamenti.

Come spesso succede, il presupposto antipedagogico è quello che conferisce all’educazione un potere assoluto. Rousseau, dopo l’incipit che abbiamo visto, struttura un percorso che presuppone che l’uomo sia solo ed esclusivamente il prodotto dell’educazione. Come dirà più tardi il comportamentista Watson, solo l’educazione decide se un bambino sarà un magistrato o un delinquente. Al percorso formativo viene attribuito un potere assoluto e, parallelamente, al formatore  viene data la responsabilità assoluta del risultato. È esattamente ciò che fanno ancora oggi i teorici dell’antipedagogia, che sottovalutano completamente le capacità di reazione, di compensazione, di autoeducazione del bambino, pensandolo come argilla pronta per essere modellata, nella quale ogni impressione lascia di per sé un segno indelebile, al quale il bambino non oppone nessuna resistenza.

Il testo di Rousseau costituisce un capolavoro proprio perché leggendolo troviamo non solo le radici della moderna pedagogia, ma anche i suoi limiti costitutivi, i suoi fantasmi, le sue ossessioni. E forse la cosa più sana che ci lascia è il desiderio che, terminato il percorso formativo, Emilio abbandoni per sempre il mondo perfetto del suo precettore per entrare in quello brutto, sporco ed emozionante della vita reale, come fa il protagonista del pregnante film The Truman show:

In case I don’t see you… good afternoon, good evening, and good night!

31Dp8x7piVL._    J. J. Rousseau, Emilio o dell’educazione

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Questo post raccoglie l’invito di Raffaella di Prove di pensiero libero e partecipa all’iniziativa “Stiamo in ascolto

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Liliana di Adoro volare

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